TESTO OFFERTO DAL PORTALE SANTA MARIA DELL’ARCO

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La pia usanza di erigere edicole sacre lungo le vie, sui muri delle case, sull’ingresso dei poderi, è antichissima. Un uso che segnava, al di là del­la devozione, punti di riferimenti nel territorio. Tante sono le testimonianze rimaste quasi in­tatte da molti secoli. Così nel Quattrocento sorgeva un’edicola de­dicata alla Madonna sul margine della via che collegava a Napoli i vari comuni vesuviani, nel lato del monte Somma. Tale edicola si trovava a pochi chilometri dalla capitale del Meridione d’Italia, in territorio del comune di Sant’Ana­stasia, nella contrada che si chiamava «Arco» per la presenza di arcate di un antico acquedotto ro­mano. Il Domenici parla di un arco «grande, antico di fabbrica che li faceva [all’immagine] ghirlanda e corona e la difendeva dalle piogge, grandine e tempeste… e che era rifugio degli uomini e degli animali». Perciò l’immagine era detta «Madonna dell’Arco». L’edicola, come ci testimonia fra Ludovico Ay­rola, in uno scritto della fine del Seicento, era formata da «una piccola, povera ed antica co­nicella di fabbrica, in cui con semplici colori effigiata si vedeva la gloriosissima Vergine Maria con faccia grande e sovramodo venerabile». Il Domenici così descrive il dipinto dell’edicola, che egli vide la prima volta nel 1594: «Questa divo­tissima Immagine della Madre di Dio sta dipin­ta in muro, che con la man sinistra teneramen­te abbraccia il suo Sacratissimo Figliolo, il qua­le con la mano destra stringe un pomo: la cui dolcissima Madre mostra l’età di una dolcissima fanciulla di diciott’anni circa, ed è agli occhi di tutti devota, graziosa e bella, tirando più presto al chiaro e bianco che al nero e oscuro… Par che stia a sedere sopra una sedia, secondo alcuni, ma secondo altri pittori siede sopra una meravi­gliosa nube… Né è da passare con silenzio la pro­prietà singolare di questa Sacratissima Imma­gine, avendo un’attrattiva mirabile di modo che rapisce i cuori delle persone che la risguardano, anzi secondo i tempi par che si mostri allegra e malinconica e da qualsivoglia parte e in qualsi­voglia modo si risguardi, essa con occhio gra­zioso e vago vi mira, e ferisce né mai vi saziate di vederla e di mirarla». Il dipinto certamente non vanta pregi arti­stici, ma colpisce la mesta espressione del volto, dominato da due grandi occhi che hanno l’effetto di penetrare l’animo di chi li guarda, lasciandovi un ricordo indelebile.

Il lunedì di Pasqua del 1450, celebrandosi come ogni anno dagli abitanti della contrada una festa in onore della Vergine Maria, avvenne un prodigio che richiamò su quell’immagine l’attenzione di tutti i fedeli delle terre circonvicine. Presso l’edicola tra le altre cose si giocava a palla-maglio; il gioco consisteva nel colpire una palla di legno con un maglio, e vinceva colui che faceva andare più lontano la propria palla. Tirò il suo colpo il primo giocatore, poi l’altro tirò il suo con più energia e abilità tanto da poter esser certo della vittoria se questo tiro non fosse stato fermato dae. Indispettito e fuor di sé dalla collera, questi bestemmiò più volte la Santa Vergine, poi, raccolta la palla, al colmo dell’ira, la scagliò contro l’effige, colpendola alla guancia sinistra, che subito, quasi fosse stata carne viva, rosseggiò e diede copioso sangue. Gli astanti che, attratti dal gioco, si erano fatti intorno ai due giocatori, ebbero un grido di orrore. Riavutisi dallo stupore, i presenti presero il disgraziato, e gridando ad un tempo miracolo e giustizia, ne avrebbero fatto scempio, se non fosse giunto opportuno a liberarlo dalle loro mani il conte di Sarno, gran giustiziere del Regno di Napoli, comandante la compagnia contro i banditi. Questi, trovandosi nella contrada, richiamato dal tumulto, accorse con i suoi uomini e s’impadronì del reo, cercando di calmare e trattenere la folla eccitata che chiedeva giustizia. Sparsasi intorno la fama dell’accaduto, fu un accorrere quotidiano di fedeli. Per venire incontro a questi fedeli, proteggere la sacra immagine e celebrare la liturgia, fu costruito prima un tempietto, con un altare dinanzi, poi, più tardi, una chiesetta e due stanzette, una a pianterreno e una superiore, per ospitare un custode. L’unico custode di cui si ha memoria fu Sebastiano da Aversa, terziario domenicano, che dovette curare con solerzia e devozione la chiesetta affidatagli, perché nel 1544 fece fondere una campana di buone dimensioni, recante la scritta: «Io fra Sabba, Terziario dell’Ordine Domenicano, ho fatto fare questa campana di elemosine l’anno del Signore 1544». I fedeli accorsi nei primi tempi dopo il miracolo della guancia insanguinata, dovettero essere numerosi, e molti i voti e le elemosine, perché troviamo che la chiesetta, quantunque piccolissima, fu dichiarata rettoria e beneficio canonico, senza cura pastorale, e i rettori erano nominati dalla Sede Apostolica. Infatti la confraternita di Santa Maria delle Grazie eretta in Sant’Anastasia nella chiesa di Santa Maria la Nova era tenuta ad intervenire alle processioni delle domeniche di Quaresima stabilite nella chiesa di Santa Maria dell’Arco; e il rettore aveva l’impegno di pagare ogni anno, nel giorno di sant’Andrea apostolo, un carlino al vescovo di Nola. A incrementare la devozione a questa immagine della Beata Vergine Maria fu una tal Eleonora, già moglie di Marcantonio di Sarno, del comune di Sant’Anastasia. Apparsale in sogno la stessa Madonna dell’Arco, l’avvisò del pericolo che correva l’edicola di precipitare al suolo, e le comandò di provvedere. Al mattino Eleonora si recò alla chiesetta, guardò attentamente l’edicola e trovò esatto quanto in sogno Maria le aveva indicato. Piena di zelo, si mise all’opera; ma, povera di mezzi, non poté fare altro che innalzare una rozza scarpata di pietra dietro il muro che minacciava di crollare. Venuto a sapere di questa esigenza il cavaliere napoletano Scipione De Rubeis Capece Scondito, proprio perché devotissimo della Vergine dell’Arco e riconoscente per una grazia ricevuta, provvide a migliorare non solo la statica, ma l’ornamento e decorazione di tutto il tempietto che munì di un robusto cancello di ferro; poi per evitare che l’immagine fosse guastata dall’intemperante devozione dei fedeli, ne coprì il volto con un grosso cristallo fino al busto e il rimanente con un cancello di legno dorato. Conosciamo con esattezza la posizione e la forma di questa chiesetta e dell’edicola della Vergine, sia per i documenti trovati nell’archivio di Nola, sia per una tavoletta votiva del 1590 ritrovata nel santuario, la quale riproduce la chiesetta come era in quel tempo. Apprendiamo infatti dai registri delle visite pastorali dei vescovi di Nola che i fedeli nel costruire la chiesetta non vollero per nulla togliere ai passanti la vista della benedetta immagine. Intorno ad essa’perciò costruirono un tempietto, davanti un altare e dietro la chiesetta, in modo che l’immagine si trovasse come incastonata nella facciata della chiesetta verso il lato sinistro. Non propriamente al centro della facciata, ma spostata a destra, era la porta d’ingresso. All’interno della chiesetta vi erano tre altari anche se poco utilizzati. A destra, guardando la chiesa dall’esterno, c’erano due stanzette: una a pianterreno e una al piano superiore per il custode; dietro un piccolo cortile con cisterna, confinante con la proprietà degli eredi di un certo Domenico Castiello.

ALTRO MIRACOLO

Viveva, non molto lontano dalla chiesa della Madonna dell’Arco, una certa Aurelia Del Prete maritata a Marco Cennamo, conosciuta in tut­ta la contrada per triste fama di bruttezza fisica e morale. Un giorno costei, spaccando della legna, si feri un piede e, temendo cose peggiori, fece vo­to alla Vergine dell’Arco che, se fosse guarita, in segno di riconoscenza avrebbe portato alla chie­setta una coppia di piedi di cera. Il lunedì di Pasqua di quell’anno 1589, ce­dendo alle preghiere del marito, che si recava al­la chiesetta per portarvi un voto di cera pro­messo per una grave malattia agli occhi da cui era guarito, si accompagnò con lui trascinandosi dietro con una corda un porcellino, per trovare occasione di venderlo alla fiera che fin da allora si teneva nei dintorni del santuario. A causa della gran calca di popolo, il porcel­lino le sfuggì di mano e si mise a correre spa­ventato tra la folla. Aurelia, bestemmiando, im­precando, si diede a corrergli dietro e a cercar­lo, e così venne a trovarsi dinanzi alla chiesetta proprio mentre il marito vi giungeva dall’altra parte con il suo voto. Il porcellino, per caso, era là, in mezzo a loro. A tale vista l’ira della donna, giungendo al colmo, esplose, e lei, sbattendo a terra il voto di cera che aveva portato il marito, lo calpestò bestemmiando e maledicendo l’im­magine della Vergine Maria e colui che l’aveva di­pinta e chi veniva a venerarla. La cosa continuò, nonostante le implorazioni del marito e di alcuni presenti. L’anno seguente una malattia ai piedi portò la donna a restare a letto fino a quando, nono­stante le cure dei medici, nella notte tra la do­menica di Pasqua e il lunedì, i piedi si staccarono dalle gambe. I parenti e Aurelia stessa collega­rono la cosa al fatto sacrilego dell’anno prece­dente. Pur volendo tenere nascosto il tragico evento, la cosa si seppe e siccome l’evento poteva essere di monito per tanti fedeli, i piedi dell’Au­relia, dopo alcune vicissitudini, furono esposti nel santuario. In breve la fama di tale miracolo si sparse dappertutto; da ogni parte, fu un accorrere di fedeli e di curiosi che si recavano all’Arco per sincerarsi della cosa o per implorar grazie dalla Vergine. Di giorno in giorno la folla aumentò, divenne immensa, diventò preoccupante. Fu co­sì necessario porre degli alabardieri e degli uomini armati lungo tutto il percorso per evitare incon­venienti. «Era – dice il Domenici – tale il rumore della moltitudine che pareva un mare quando sta in tempesta!». Il vescovo di Nola, monsignor Fabrizio Gal­lo, cercando di impedire una interpretazione su­perstiziosa del fatto, ordinò che si chiudesse la chiesetta, si sbarrasse il cancello del tempietto per impedire ai fedeli di venerare l’immagine. Poi volle sincerarsi personalmente dell’accadu­to e il giorno 11 maggio, venuto all’Arco, istituì un regolare processo canonico. Interrogò il ma­rito, il medico che l’aveva curata, Francesco d’Alfano, lo speziale Alfonso de Moda, il cava­liere Capecelatro e altri, e infine la stessa Aurelia Del Prete, e avuta relazione dell’accaduto, do­mandò ad essa cosa ne pensasse. La donna ri­spose: «Perché l’anno passato bestemmiai la Madonna Santissima dell’Arco e questa Quare­sima non l’ho confessato: questa senza dubbio è la causa del castigo che ricevo allo scadere del­l’anno». Così il vescovo, senza attendere la conclusio­ne del processo, ritirò il divieto che proibiva ai fedeli di venerare l’immagine.

IL PELLEGRINAGGIO

Rispetto ad altri pellegrinaggi,questo non è altro che il risultato ottenuto dopo tanti sacrifici portati avanti nel corso di tutti i 365 giorni. Tutto comincia subito dopo i periodi natalizi con la raccolta dei soldi destinati appunto al Santuario situato a Sant’Anastasia dove il lunedì dell’Angelo avviene periodicamente il Pellegrinaggio.I soldi raccolti sono destinati a famiglie povere e bisognose,a bambini che purtroppo non hanno ne casa,ne famiglia costretti ad alloggiare presso collegi e istituti dove saranno mantenuti e cresciuti.e non solo,questi soldi raccolti e consegnati serviranno per qualsiasi opera di bene buona possibile.Pasqua è il periodo cruciale dedicato alla madonna dell’arco,il lunedì è dedicato al pellegrinaggio.Circa 20.000 e più persone ogni anno affolla le strade del piccolo paesino di Sant’Anastasia per prostarsi dinnanzi al cospetto della Madonna.Per amore, per fede,per devozione,per voto,sono tanti i motivi che spingono tutte queste persona ad affollare il Santuario chedendo grazia,miracoli e quant’altro ancora.I fujenti vestiti di bianco,scalzi e non,stanchi dalle continue fatiche affrontate nel corso delle giornate dedicate alla Madonna,tutti diretti verso una meta precisa,tutti diretti verso dove li porta il cuore quella giornata segnata dal sacrificio e amore per la Madonna.è una fede che ti spinge a farlo superando tutti gli ostacoli di calamità naturali(pioggia,sole,neve,freddo,caldo)…è più forte di te,il tuo cuore ti conduce li. Questi sono i pensieri dei fujenti.

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