U Patri di Razzi

articolo di Vito Lazzara
Un finale di giochi d’artificio si può definire il paesaggio ed il centro storico di Ciminna nella prima decade di maggio: il verde chiaro del grano è frammisto al lilla delle spatuliddi (violacciocche), la florescenza color vinaccio della sulla ha preso ormai il sopravvento sul verde della pianta, per non parlare delle distese di margherite gialle e di rossi papaveri che fanno a gara per predominare sui terreni incolti.
E, mentre la vista rimane abbagliata da queste luci e colori, l’udito viene circondato e assediato dal ronzare di scialucheddi e catarineddi (insetti e coccinelle), dal graciare di ciavuli (gazze), nonché da motozappe manovrate saggiamente dai contadini che preparano il terreno per la messa a dimora di ortaggi estivi; l’aria è satura di quell’odore tipico di quel periodo e che, ahimè, è indescrivibile a parole poiché la lingua è impegnata nell’assaporare una piccola mandorla raccolta da un albero. Una vera e propria orgia di sensi!
Mentre quest’ultimi rimangono ancora paralizzati, un semplice forestiero pensa che entrando in paese possa, bevendo magari un po’ d’acqua presso una fontanella, riprendersi. Ma viene ancora rapito dal caotico e ordinato spettacolo: grandiose luminarie; bandiere gialle e rosse sbucano dai balconi circondate da petunie, viole, rose, gerani, calle e gigli; massaie intente a pulire il piccolo tratto di marciapiede che gli appartiene e infine, un gruppo di bambini, con una scatola di cartone “parmalat” forata all’estremità da due manici di scopa e sulla superficie un’immagine sacra, simulano quello che avverrà nei giorni appresso: la festa e la processione del SS. Crocifisso.
La prima domenica di maggio Ciminna festeggia il suo Crocifisso o come lo chiamano gli abitanti, u Patri di razzi”: Padre di grazia, sia perché è fonte inesauribile di ogni bene sia perché a partire dal 1623 volle manifestare attraverso dei segni-miracoli la sua misericordia e bontà al popolo devoto. Mentre, infatti, alcuni paesi siciliani festeggiano il Crocifisso intorno al 3 maggio e al 14 settembre, in quanto in questa data ricorre rispettivamente la memoria del “Ritrovamento della Santa Croce”(la prima da qualche decennio incorporata a quella del 14 settembre) e l’”Esaltazione della Santa Croce”. Ciminna lo festeggia la prima domenica di maggio in ricordo dalla prima processione avvenuta più di trecento anni fa. Ma adesso occorre risalire alle origini di tale devozione e andare indietro nel tempo sino allo stesso periodo in cui il Manzoni ambienta i suoi Promessi Sposi: il ‘600. Allora Ciminna era una fervente e popolosa cittadina; ne è riprova una pregevole tela del 1625 e il diario del ciminnese Don Santo Gigante. Nella tela, in basso, è raffigurato il paese di Ciminna e possiamo, quindi, ricavare molte informazioni di carattere etnografico, religioso, demografico (composizione architettonica delle case, la presenza di conventi e di chiese), che lo caratterizzano come un centro abbastanza sviluppato.
Don Santo Gigante – vicario foraneo, dottore in Sacra teologia – oltre a fornirci un trend dell’andamento demografico negli anni 1620-1660, è instancabile testimone delle manifestazioni miracolose tramite laHistoria della miracolosa immagine del SS. Crocifisso di Ciminna.
Secondo quanto scrive Don Gigante, nel 1623 un certo Bartolo Caiazza, uomo di pessima fama, viene assassinato. Il mattino seguente si raccolsero presso il suo domicilio i religiosi, il clero e le confraternite, fra cui quella di San Giovanni Battista, avente come insegna il detto Crocifisso. Ma avviato il corteo funebre, il giovane che portava la detta immagine non potè sollevarla dal suolo, né staccarla dal muro finché il cadavere non venne seppellito. D’allora in poi essa venne collocata su un altare della chiesa di San Giovanni Battista. Intanto la devozione cresceva e il 14 maggio del 1651 si pensò di fare una processione. Proprio in questo giorno avvennero le numerose manifestazioni miracolose: storpi camminarono, cechi acquistarono la vista, e numerose forono le guarigioni da ernie inguinali. Deciso di portare in processione per le vie del paese il Crocifisso, persino l’itinerario di questa venne stabilito dalla Sacra Immagine che in certi tratti sfuggiva dalle mani dei portatori. Ma l’autore nel raccontare questi avvenimenti si giustifica scrivendo così: «Per tutto quanto di miracoloso viene narrato dal Sacerdote Don Santo Gigante in questa “Historia”, il Redentore si rimette al giudizio della Santa Chiesa Cattolica Romana, non intendendo dare ai fatti esposti dall’Autore altro valore e altra verità di quella che meritano le notizie storiche umane» (Gigante 1989: 15).
Il 1651, quindi, per questa piccola cittadina di provincia è una data di rilievo, una pietra miliare nella storia della sua vita religiosa. Da allora gli elementi essenziali di quella prima processione, con poche varianti, si ripetono costantemente ogni anno e la devozione dei fedeli diventa sempre più forte tanto che, ormai, non si può pensare Ciminna senza volgere il pensiero al suo Crocifisso nero.
I festeggiamenti hanno inizio il primo maggio con l’apertura dell’ottavario che come la parola stessa dice, consiste in un periodo di otto giorni di culto verso il SS. Crocifisso. Ogni giorno vengono celebrate due Messe: una la mattina e una solenne la sera. Solitamente quest’ultima viene celebrata da un predicatore, invitato da fuori appositamente per l’occasione; egli nelle sue omelie medita sul sacrificio del Calvario o altri temi affini. La chiusura dell’ ottavario avviene l’otto maggio. All’interno di questo periodo il giorno che cade di domenica sancisce il giorno della festa vera e propria.
Già dalle prime luci dell’alba del giorno uno, si possono notare gruppi di donne che partendo dalla chiesa di San Giovanni compiono u viaggiu; esse, spesso a piedi scalzi, con in mano la corona del rosario e nell’altra una lunga candela accesa dettatorcia percorrono il medesimo tragitto della processione, pregando. Tuttavia essendo u viaggiu, soprattutto, “cose di donne”, possiamo farci aiutare da un’anziana signora a comprendere meglio di cosa si tratta: «U viaggiu u fannu i fimmini e raramenti l’omini. Veni fattu pì prummisioni oppure sulu pi divuzioni. A prummisioni po essiri o picchi cci fici a razia o picchi l’aspetta. A secunnu i casi u viaggiu u po’ fari pi tutti ottu iorna o pi tutta a vita»[1]. Diverse sono le preghiere proferite durante questa pratica di pietà, dipendendo molto dalla devozione personale: il Rosario comune della Vergine, quello di  San Vito, di Santa Lucia, di San Giuseppe, ecc…Non manca il Rosario del Crocifisso di cui trascrivo il testo:
Grani grossi:
Oh Gesù appassiunatu
alla cruci fustivu nchiuvatu
lu me cori accussi ngratu
chianci li me peccati,
iò vi vegnu a visitari
Redenturi nun m’abbannunati.
Grani piccoli:
E decimila voti aruramu lu Redenturi. (ventimila, trenta mila, fino a cinquantamila o centomila) Aruramu sempri spissu Gesù lu Crucifissu.
Durante i giorni dell’ottava la chiesa rimane aperta al pubblico da mattina a sera ed è meta di continui pellegrinaggi, chiamati anch’essi viaggiu. Per tutta la giornata i fedeli sono richiamati dallo scampanio festoso delle campane.
L’approssimarsi della festa è annunziato alla vigilia dal giro dei tamburi con lo stendardo per le vie del paese. La festa vera e propria ha inizio il sabato pomeriggio con lo sparo dei mortaretti, chiamatoentrata perché segna, appunto, l’ingresso nel momento festivo. Terminati gli spari, inizia dalla piazza Umberto I il giro della banda “Giuseppe Verdi” di Ciminna per le vie del paese. La sera la gente prima di andare a vedere l’orchestrina (spettacoli di musica leggera, cabaret, ecc..), partecipa alla liturgia dei vespri alla quale intervengono anche le autorità civili e militari.
L’ indomani, il giorno di festa è annunziato dallo sparo di alcuni fuochi d’artificio che prende il nome dialborata. Tuttavia sin dal primo mattino è già allestita la fiera; una serie di commercianti, infatti, sono pronti per vendere la propria mercanzia: attrezzi per il lavoro agricolo, utensili vari, ma anche animali come galline, tacchini e un tempo anche muli, cavalli, pecore e capre. Tale momento diviene per i ciminnesi e per gli abitanti dei paesi limitrofi occasione di dialogo e di aggregazione; durante la fiera vincoli vecchi vengono rinsaldati e nuovi ne vengono formati.
Uno dei momenti più attesi dalla popolazione è la Messa Solenne celebrata alle ore 11 nella chiesa di San Giovanni. Atteso soprattutto perché, da una decina di anni a questa parte, alla traslazione del Crocifisso dalla croce di legno alla croce in argento da porre sul fercolo possono partecipare tutti, mentre prima tale prassi si svolgeva in una stanza molto angusta e quindi di capienza limitata. Subito dopo la messa, la chiesa invece di svuotarsi si riempie fino all’inverosimile per assistere all’evento: le tre navate diventano un tappeto di teste, i giovani si arrampicano sulle colonne, molti salgono sui gradini degli altari laterali. Allora il sacrista, il parroco e altri sacerdoti salgono (servendosi di una scaletta posta dietro l’altare maggiore) nella nicchia che custodisce la preziosa immagine: giunti là chiudono la grande cancellata di ferro. Dopo pochi minuti, il tempo di staccare il Crocifisso dalla parete, il cancello si spalanca e immediatamente sembra di sentire il boato di un tuono: applausi, suono di campane interne ed esterne alla chiesa, fuochi d’artificio, gente che grida imprecazioni e il coro che canta. U patri razzi, quindi, viene portato davanti l’altare maggiore dove avviene il cambio della croce.
Durante tutte queste fasi e sino all’intronizzazione dell’immagine sulla vara, il popolo spinto dalla fede prega, applaude, si commuove, ma soprattutto impreca chiedendo grazie e lodando Cristo con le seguenti frasi:
La grazia ri l’arma, la saluti e la binirizioni di la campagna cci l’avemu a raccumannari a stu Patri amurusu dicennu: viva.
E cu scinniu lu mericu di tutti li malati, chiddu chi guarisci cechi, surdi e muti e cu voli grazia cchiù forti l’avi a chiamari stu Patri amurusu ricennu: viva.
E cu scinniu chiddu chi guverna cielu, terra e mari, e cu voli grazia cchiù forti l’avi a chiamari stu Patri amurusu dicennu: viva.
Patri di li Grazi siti e grazi n’aviti a fai, a nutri peccatori aviti a perduanari e cu voli grazia cchiù forti l’avi a chiamari stu Patri amurusu dicennu: viva (cfr. Graziano 1936: 75 sgg.).
La gente tornano a casa per il pranzo, mentre altri organizzatori si preparano per A furriata ri torci, ossia il giro delle torce. A furriata ri torci, consiste in una sfilata per le vie principali del paese che ha come traguardo lo spiazzale antistante la chiesa di San Giovanni. A questo corteo partecipano, montando i rispettivi animali, tutte le persone che possiedono cavalli o pony. La sfilata ha come punto di partenza la piazza Alcide De Gasperi da cui cominciano a marciare già a partire dal primo pomeriggio. Il corteo è aperto, quindi, dai pony, poi dai cavalli, seguito dalle retini, durante il percorso però si unisce alla sfilata la banda musicale trovando collocazione alla fine del corteo, mentre lo stendardo con i tamburi lo aprono. Cuore, però, della manifestazione è a retina. La retina è una sequenza di sette muli, legati uno all’altro, e guidata da un uomo che cavalca il primo animale. Quest’uomo, oltre a guidare la serie di animali percorrendo le vie del paese lancia alla persone posizionate davanti ai loro usci o sui balconi dei cuppiteddi (sacchetti contenenti confetti, caramelle, cioccolatini). Dicevo poc’anzi, che il giro per le vie del paese si conclude nella piazza antistante la chiesa. In questo luogo la retina, posizionatasi al centro della piazza, inizia a girare seguendo un tragitto circolare: il guidatore getta alla gente una quantità innumerevole di dolciumi: cuppiteddi, sacchetti con biscotti, con mandorle e con ceci abbrustoliti, ma anche accendini, pacchetti di sigarette, portachiavi e peluche.
I retini solitamente sono due, una detta “patronale” e l’altra detta del “comitato”. La differenza sta nel fatto che quella “patronale” è interamente finanziata da un privato, mentre quella del “comitato” è pagata dal comitato organizzatore della festa e la persona che monta la retina ha solo il compito di inchiri icuppitedda, riempire i coppettini, insomma si fa carico di preparare e distribuire i doni. In quella “patronale”, inoltre, la persona doveva cercare irobbicapistucampanicianciani e mantellina per addobbare i muli. Dicevo prima che la retina è formata da sette muli, di cui il primo è occupato dal “guidatore” della retina, dal secondo al quarto i muli sono carichi di frumento, il quinto di avena, mentre il sesto e il settimo di crusca. Gli ultimi due sono carichi di crusca perché essendo questa molto leggera permetteva alle ultime bestie che dovevano girare più deli “colleghi” una maggiore agevolezza e una minore fatica. Fino a qualche decina di anni fa chi faceva laretina era fautore di una serie di acrobazie. Durante il lancio di doni, egli poteva mettersi in ginocchio o persino in piedi sulla sella del mulo e continuare a girare lanciando doni al suo pubblico. Un tempo il fedele che doveva sciogliere un voto, oltre ad offrire i doni buttati alle persone, a fari a furriata ri torci, offriva al Crocifisso anche il carico dei muli.
Ben diverso era anticamente il corteo che si svolgeva prima di arrivare in piazza San Giovanni. La parata era composta da due file di muli poste ai bordi delle strade(foto a lato, foto da Graziano 1936).
I muli erano montati dai loro rispettivi padroni che per devozione tenevano in mano una torcia ossia una composizione cilindrica di fiori di carta o freschi dalla cui estremità pendevano dei nastri colorati e alla quale raramente poteva essere attaccata della carta moneta. Oggi la scomparsa dei muli a Ciminna ha portato pure alla fine di questa sfilata.
Terminata A furriata ri torci, la gente ha giusto il tempo di fare una passeggiata nel corso principale e dopo una frettolosa cena corre per partecipare alla processione. Questa pratica devozionale, considerata il momento più bello della festa, ha inizio verso le 21: un buon ciminnese, infatti, non può mancare allanisciuta (uscita del fercolo dalla chiesa). La processione è aperta dallo stendardo e dai tamburi, cui seguono centinaia di uomini, ma soprattutto donne, con un cero in mano e a piedi scalzi: fannu u viaggiu. Di seguito, avanti al clero, viene portata in processione la statua di San Giovanni Battista. I portatori del Santo sono solitamente degli adolescenti che ogni tanto oltre a gridare le imprecazione che ho trascritto sopra, modificando dove dovuto il nome del Cristo con quello di San Giovanni, gridano una intercessione del genere: e cu sta niscennu chiddu cchiù nicu o chiddu cchiù granni,rispondono gli altri: viva San Giuvanni[2]. Dietro il simulacro del “Precursore di Cristo”, segue poi il clero e il gagliardetto. Le offerte al Santo (in questo caso al Cristo), a Ciminna, vengono solitamente affidate ai membri del comitato che li raccoglie durante la processione. Essi per distinguersi dal resto della popolazione oltre a mantenere delle “santine” in mano da dare al devoto che ha elargito l’offerta, si posizionano attorno al già menzionato gagliardetto. Le elemosine, però, non vengono conservate in qualche posto nascosto, ma dopo aver selezionato velocemente le banconote di grosso taglio, vengono fissate in un gagliardetto a bella vista di tutti. L’immagine del Crocifisso, infine, è solitamente preceduta da un individuo che sorregge a coppa: si tratta di una coppa contenente della brace in mezzo alla quale brucia dell’incenso in omaggio al Cristo. Alla fine avanza lento e maestoso il fercolo settecentesco con il simulacro del Patri ri razzi, il quale ogni tanto interrompe la lentezza dei movimenti con i miraculi. Imiraculi ritenuti manifestazioni divine, in verità altro non sono che movimenti indotti alla vara dai portatori più spiritosi. Questi, a loro piacimento, trattengono o persino fanno indietreggiare il fercolopuntannu i peri (facendo forza sui piedi e alterando a loro piacere il delicato equilibrio del fercolo). Bisogna dire che ultimamente si fanno raramente queste cose perché i portatori sono stati ripresi dai sacerdoti. L’ingerenza del clero nelle feste è risaputa, qualche studioso accusa la Chiesa di stravolgere le feste con “insistenti interventi normalizzatori”(cfr. Buttitta I. E. 2002: 13). I portatori della vara sono circa sessanta e vestono tutti la medesima divisa: portano pantaloni, scarpe e camicia di colore bianco e hanno una striscia di stoffa cinta ai fianchi di colore rosso, chiamatafascia. In queste fascie le massaie ricamano motivi che rimandano alla Passione di Cristo: chiodi, scala, lancia, palme. I portatori durante il tragitto, gridano delle imprecazioni uguali a quelle trascritte sopra per la scinnuta. I vuci, le imprecazioni del tipo: “E cu scinniu lu mericu di tutti li malati, chiddu chi guaisci cechi, surdi e muti e cu voli grazia cchiù forti l’avi a chiamari stu Patri amurusu ricennu: viva”, viene spesso modificata nella parte e cu scinniu, con altre allocuzioni che fanno riferimento all’azione della vara: cu sta acchianannu (nelle salite), cu statrasennu (all’ingresso delle chiese), cu sta niscennu(all’uscita delle chiese), cu si sta arricampannu(quando sta arrivando in una chiesa). Alla grirata del solista rispondono i portatori posti davanti alla vara se il solista è loro compagno, mentre se il solista è nella parte posteriore rispondo quelli di dietro. Può capitare che a ghittari na vuci sia un uomo estraneo ai portatori, allora in questo caso a rispondere sono i varanti della parte più vicina al solista.
Il posto di portatore è oggetto di onore e di prestigio, viene tramandato di padre in figlio, senza alcun diritto per le donne quando all’interno del nucleo familiare sono presenti dei maschi; un tempo poteva essere comprato con ingenti somme di denaro: nel 1946 un devoto comprò il suo posto per 13 tumuli di frumento, l’equivalente del valore di uno stipendio di allora.
Ad accompagnare la processione, dietro il simulacro, si posiziona la banda musicale che ormai come una consolidata tradizione esegue brani specifici in determinati punti del paese: subito dopo l’uscita della processione dalla chiesa esegue la marcia chiamata Adua, mentre la Mater Dolorosa viene suonata quando il fercolo arriva in piazza Umberto I, e così via dicendo.. La processione della domenica sera, uscendo dalla chiesa di San Giovanni, si conclude nella chiesa Madre dove l’Immagine sosterà per un giorno.
Il giorno seguente viene annunziato nuovamente il giorno di festa con lo sparo dell’alborata ed alle 11 nella chiesa Matrice viene celebrata una Messa Solenne. Il pomeriggio è di nuovo occasione di festa: si esce, si passeggia, ci si diverte qualche volta con spettacoli organizzati dal comitato dei festeggiamenti. La sera sempre alla 21 avviene la processione di ritorno nella chiesa di San Giovanni. La nota caratteristica di questa seconda sera è la sosta che la sacra Immagine compie davanti all’edicola votiva che oggi sorge nel luogo dove avenne la prima manifestazione miracolosa. Durante la sosta il parroco ricorda al popolo l’evento mirabile del Crocifisso che non si voleva staccare dal muro, quindi, benedice i presenti. Anticamente il tratto di salita che univa questa edicola alla chiesa era motivo di grandi e lunghi miraculi. Il fercolo per svariate volte arrivava in cima alla stradina per poi scendere rovinosamente giù fino all’edicola. I ciminnesi spiegano il fatto dicendo che come la prima volta ogni anno durante la processione il Crocifisso non vuole staccarsi da quel luogo. Terminata la processione non possono mancare i classici giochi d’artificio che chiudono i festeggiamenti. Tuttavia se l’otto maggio non coincide con il lunedì della processione, i festeggiamenti in parte continuano fino alla chiusura dell’ottavario. L’otto maggio, infatti, (giorno della chiusura) alla fine della celebrazione eucaristica, le persone uscendo dalla chiesa sono allietate dalla banda e da diversi botti.

[1] Il viaggio lo fanno le donne e raramente anche gli uomini. Viene fatto per una promessa oppure solo per devozione. Secondo i casi il viaggio si può fare per tutti gli otto giorni o per tutta la vita.
[2] Per la processione di San Vito tale intercessione viene invertita nelle parti cchiù nicu cchiù granni e nella parte finale viene modificata sostituendo il nome San Vito a quello di San Giovanni: E cu sta niscennu chiddu cchiù granni o chiddu cchiù nicu, rispondono gli altri: viva Santu Vitu.

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